Competenze & formazione
Il vero ostacolo all'AI non è il costo: sono le competenze
Nelle imprese che hanno valutato un progetto di intelligenza artificiale e poi si sono fermate, la prima ragione non è il prezzo: è non avere in azienda nessuno in grado di portarlo avanti. Il dato Istat dice 58,6% contro il 43,0% dei costi. E solo il 7% delle PMI ha avviato programmi strutturati di formazione sull'AI.
In breve
Fra le imprese che hanno valutato un investimento in intelligenza artificiale e poi non l'hanno realizzato, il 58,6% indica come ostacolo la mancanza di competenze: più dei costi elevati, al 43,0%. Il quadro delle PMI italiane conferma il problema a monte: solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione sull'AI, solo il 46% valuta le competenze che ha in casa e solo il 40% redige periodicamente piani formativi. La conseguenza pratica è che per molte imprese il primo investimento utile non è un software ma una persona formata — e per le aziende che versano il contributo obbligatorio quella formazione è in buona parte già finanziata attraverso i fondi interprofessionali.
Quando un’impresa valuta un progetto di intelligenza artificiale e poi non lo fa, la ragione più frequente non è il prezzo. È che in azienda non c’è nessuno in grado di portarlo avanti: fra chi ha valutato e non ha investito, il 58,6% indica la mancanza di competenze, mentre i costi elevati si fermano al 43,0%.
Sono quindici punti di distanza fra il problema che tutti citano e quello che ferma davvero le decisioni. E cambia completamente il primo passo: se l’ostacolo fosse il costo, servirebbe capitale o un incentivo; se l’ostacolo sono le competenze, serve tempo di formazione — che per molte imprese è già finanziato e non speso.
Il problema nasce prima dell’intelligenza artificiale
I dati sulle PMI mostrano che la carenza non riguarda l’AI in particolare: riguarda il modo in cui le competenze vengono gestite.
- solo il 46% delle PMI italiane svolge attività di valutazione delle competenze
- solo il 40% redige periodicamente piani formativi per il personale
- solo il 7% ha avviato programmi strutturati di formazione sull’AI
- il 47% non ha svolto attività di ricerca e sviluppo negli ultimi tre anni
Messi in fila, questi numeri dicono che meno di metà delle PMI sa quali competenze ha in casa. Un’azienda che non sa questo non può nemmeno formulare la domanda giusta su un progetto di AI: non sa se le manca una persona, una formazione o un fornitore.
Il 7% sulla formazione AI è il dato più eloquente, perché sta accanto a un altro numero: il 76% delle PMI non ha investito nell’AI e non prevede di farlo. Le due percentuali sono coerenti. Nessuno forma le persone per una tecnologia che non ha intenzione di adottare, e nessuno adotta una tecnologia per cui non ha formato nessuno.
Perché questo produce il fenomeno del «l’abbiamo attivata e non serve a niente»
C’è un terzo dato che chiude il cerchio. Fra le imprese che dichiarano di usare l’AI, quelle che non indicano alcuna finalità aziendale sono passate dal 15,5% del 2024 al 33,4% del 2025, e nell’83,3% dei casi sono imprese con 10-49 addetti.
Uno strumento generativo si attiva in dieci minuti con una carta di credito. Le competenze per inserirlo in un processo — capire quale attività ha senso automatizzare, riconoscere quando l’output è plausibile ma sbagliato, cambiare il modo in cui il lavoro viene fatto — richiedono settimane. Il divario fra questi due tempi è esattamente il motivo per cui un terzo delle imprese ha in casa qualcosa che non sa collocare.
Chi formare, e in che ordine
Tre indicazioni che valgono per un’azienda piccola, dove non esiste una funzione formazione e il tempo delle persone è la risorsa scarsa.
Una persona, non tutti. Formare l’intera azienda su uno strumento che serve a tre persone produce un costo pieno e un utilizzo diluito. Si parte da chi ha in mano il processo scelto: userà lo strumento ogni giorno e sarà l’unico in grado di dire se funziona.
Il titolare va coinvolto, ma per un altro motivo. Non deve imparare a usare lo strumento: deve saper leggere il risultato e riconoscere quando un output è credibile e falso. Senza questo, la valutazione del progetto finisce per basarsi sull’entusiasmo di chi lo usa.
La formazione va misurata sul processo. Non con un attestato o un questionario di gradimento, ma con lo stesso indicatore scelto per il progetto: minuti per pratica, errori al mese, ore di rilavorazione. Se dopo la formazione non si è mosso nulla, il problema non era la competenza.
I soldi per formare, spesso, ci sono già
Le imprese che versano il contributo obbligatorio dello 0,30% sulle retribuzioni possono destinarlo a un fondo interprofessionale — Fondimpresa è il più diffuso nell’industria — e usarlo per finanziare piani formativi per i propri dipendenti, compresi quelli su digitale e intelligenza artificiale.
È denaro che l’azienda ha già versato. Molte PMI non lo richiedono mai, e questo rende la frase «non abbiamo budget per la formazione» meno solida di quanto sembri: in diversi casi il budget esiste, ed è fermo. Condizioni, scadenze e modalità di adesione vanno verificate sul sito del fondo, perché cambiano nel tempo: quello che non cambia è la convenienza di controllare prima di stanziare risorse nuove.
Accanto ai fondi, la rete delle Camere di commercio offre formazione e orientamento gratuiti sul digitale e sull’AI attraverso i Punti Impresa Digitale, insieme a un assessment gratuito del livello di digitalizzazione dell’impresa. È il modo meno costoso di scoprire quali competenze mancano davvero, prima di comprare qualsiasi cosa.
Cosa non sappiamo, ed è giusto dirlo
Il 58,6% è una autodichiarazione: le imprese scelgono l’ostacolo da un elenco proposto dal questionario. «Mancanza di competenze» è anche una risposta comoda, meno impegnativa di ammettere che il progetto non era chiaro o che il fornitore non ha convinto. Non abbiamo modo di distinguere, in quel numero, fra una carenza reale e una razionalizzazione a posteriori.
Inoltre la rilevazione Istat riguarda le imprese con almeno 10 addetti: le microimprese, dove la carenza di competenze è presumibilmente più marcata, non compaiono in queste percentuali.
Resta il confronto, che è la parte solida: fra le opzioni offerte allo stesso campione, le competenze sono state scelte più spesso dei costi. Chi decide sull’AI in una PMI farebbe bene a partire da lì — e a considerare che il primo investimento utile potrebbe non avere una licenza software dentro.
Punti chiave
- Chi valuta l'AI e si ferma lo fa per mancanza di competenze nel 58,6% dei casi; i costi elevati sono al 43,0% (Istat, dati 2025).
- Solo il 7% delle PMI ha avviato programmi strutturati di formazione sull'AI (Politecnico di Milano, 2026).
- Solo il 46% delle PMI valuta le competenze delle proprie persone e solo il 40% redige piani formativi periodici: il problema nasce prima dell'AI.
- Un terzo delle imprese che dichiara di usare l'AI non sa indicare per quale processo: senza competenze interne lo strumento resta un esperimento.
- Chi versa il contributo obbligatorio per la formazione ha già un fondo accantonato da spendere: non serve budget nuovo, serve usarlo.
Domande frequenti
Serve assumere un profilo tecnico per iniziare?
Per i primi casi d'uso no. Le tecnologie più diffuse nelle imprese italiane sono l'analisi del linguaggio scritto (11,6%) e l'AI generativa (9,7%), non il machine learning (3,3%): strumenti che si usano scrivendo, non programmando. Serve una persona interna che li usi ogni giorno sul lavoro vero e sappia riconoscere quando l'output è sbagliato. Il profilo tecnico diventa necessario quando si passa da un caso d'uso a un sistema integrato con i gestionali.
Chi va formato per primo?
Chi farà quel lavoro ogni giorno, non l'intera azienda. Formare tutti produce un costo pieno e un utilizzo diluito; formare bene la persona che ha in mano il processo scelto produce un risultato misurabile su cui decidere se estendere. Il titolare o il responsabile va coinvolto per un motivo diverso: deve saper leggere il risultato, non usare lo strumento.
Quanto costa formare, e ci sono soldi già disponibili?
Se la tua azienda versa il contributo obbligatorio dello 0,30% sulle retribuzioni, quella somma può essere destinata a un fondo interprofessionale come Fondimpresa e finanziare piani formativi per i dipendenti, inclusi quelli su digitale e intelligenza artificiale. Molte PMI hanno risorse accantonate che non hanno mai richiesto: prima di stanziare budget nuovo conviene verificare cosa c'è già. Le condizioni e le modalità vanno controllate sul sito del fondo, perché cambiano nel tempo.
Come si capisce se la formazione ha funzionato?
Con lo stesso indicatore del processo, non con un attestato o un questionario di gradimento. Se dopo la formazione i minuti per pratica, gli errori o le ore di rilavorazione non si sono mossi, la formazione non ha prodotto un cambiamento operativo: o era la persona sbagliata, o il processo sbagliato, o lo strumento sbagliato.
Fonti e riferimenti
- 01 Istat, «Imprese e Ict — Anno 2025», comunicato stampa del 15 dicembre 2025 (ostacoli indicati dalle imprese che hanno valutato ma non realizzato investimenti in IA: competenze 58,6%, privacy 43,2%, costi 43,0%, etica 25,7%).
- 02 Istat, «Imprese e Ict — Anno 2025», report statistico integrale in PDF (tecnologie di IA utilizzate, quota di imprese senza finalità aziendale dichiarata, divario PMI/grandi imprese sugli strumenti gestionali).
- 03 Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI, Politecnico di Milano, ricerca 2025-2026, comunicato del 21 maggio 2026 (7% con programmi strutturati di formazione sull'AI, 46% che valuta le competenze, 40% con piani formativi periodici, 47% senza R&S nel triennio).
- 04 Fondimpresa, fondo interprofessionale per la formazione continua: piani formativi finanziabili con il contributo dello 0,30% versato dalle imprese aderenti.
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